Arte: Alberto Giacometti. La scultura

In questi giorni nell’elegante Galleria Borghese, casa della scultura per eccellenza, le statue di Alberto Giacometti dialogheranno con il possente e vitale ottimismo del Bernini e con la levigatezza e la grazia del Canova. La tragica modernità dello scultore svizzero si insinua dunque, completandola, nella millenaria storia della statuaria, tra i molteplici sguardi fissi dell’età greco-romana, passando per il Rinascimento, il melodrammatico Barocco fino ai recuperi dell’equilibrio e dell’armonia del Neoclassicismo. Diversi modi di vedere il mondo, differenti maniere di scolpire l’uomo, eternamente fissato, in un simbolico momento della sua esistenza.
Se leggiamo una delle ultime note scritta dallo stesso Giacometti mentre era in viaggio verso New York, città che avrebbe ospitato la sua grande mostra antologica, non possiamo che rimanerne profondamente commossi e riconoscere l’esposizione nella Capitale, fortemente voluta e curata con raffinatezza da Anna Coliva e da Christian Klemm – autorevole studioso dell’autore – come un dono immenso. Sulla nave, quando non molti giorni lo separavano dalla sua dipartita l’artista scriveva: «D’un tratto mi vedo a Roma alla Galleria Borghese mentre sto copiando un Rubens, una delle grandi scoperte di quella giornata». Quasi mezzo secolo dopo questo tenue appunto e dopo quasi cento anni dal suo soggiorno a Roma, la sua discreta proiezione si traduce in qualcosa di più grande, qualcosa che sembra compiere quel suo precipuo modo di sentire come coeva, ancora pulsante e presente l’arte di tutte le epoche: «Tutta l’arte del passato, – scrive ancora Giacometti – di tutte le epoche e di tutte le civiltà, compare davanti a me, tutto è simultaneo come se il tempo prendesse il posto dello spazio».

La giovinezza di questo grande scultore si consuma in un villaggio nelle montagne dei Grigioni, in Svizzera. Alberto Giacometti respira fin da bambino gli umori imprevedibili e i capricci divini dell’arte; la conosce attraverso i libri di suo padre – un pittore postimpressionista dall’indiscusso talento – dai quali copia su semplici fogli le opere di Dürer, Mantegna, Rembrandt, Velasquez e Hokusai. Le sue prime produzioni risalgono alla tenerissima età di dodici anni, quando realizza le due sculture che ritraggono la testa dei suoi fratelli Diego e Bruno. Si invaghisce durante il liceo del genio scultoreo di Auguste Rodin e nel lontano 1920 recandosi insieme al padre alla Biennale di Venezia rimane ammirato dal protagonista dell’arte moderna Archipenko. Certo, ciò che si iscrive indelebilmente tra le trame profonde del suo personale bagaglio sono gli affreschi del Tintoretto, che risvegliano in lui un interesse straordinario e la meraviglia rivoluzionaria della pittura di Giotto scoperta a Padova. Giacometti appartiene a quella generazione di artisti i quali non lasciano derivare il loro rapporto con la tradizione dalla relazione di bottega tra maestro e allievo come era avvenuto fino al ‘700; tantomeno dalle “consuetudini delle accademie” proprie del secolo XIX. Il nuovo artista d’avanguardia deve quanto prima liberarsi dai lacci dei suoi predecessori e dopo averne assimilato le suggestioni aprirsi, per poi svilupparlo a pieno, ad uno stile interamente suo.
Dopo aver frequentato l’Académie de la Grande Chaumière, come allievo di Antoine Bourdelle – dove “negli studi di nudo risulta evidente il miglioramento delle sue capacità formali” – Giacometti draconianamente rompe con la tradizione della scultura dal XVI al XIX secolo dando l’abbrivio al suo problematico e tormentato percorso artistico. Saranno anni in cui si mescoleranno diverse esperienze culturali che sfoceranno nella creazione di disegni fortemente influenzati dalla frantumazione cubista. {ads1}

Il sodalizio con il movimento surrealista avviene nel 1928; l’immaginazione e l’inconscio porteranno Giacometti a lavori come Boule Pendu (Sfera Sospesa) e Uomo e donna importanti per l’dea del Surrealismo di oggetto a funzionamento simbolico. Nel ’35 dopo aver rigettato completamente due sue opere i surrealisti lo estromettono dal gruppo; seguirà «una lunga e penosa traversata del deserto» e per dieci anni le sue opere non saranno più esposte. Alla fine degli anni Trenta stringe amicizia con Pablo Picasso e fa la conoscenza di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Il filosofo francese non esiterà a definire lo scultore come l’artista «esistenziale» per antonomasia, proteso verso una «ricerca dell’assoluto» e autore di «una rivoluzione copernicana nel campo dell’arte». In mezzo a tutto questo poderoso vortice culturale rivestirà però un’enorme importanza l’influenza ricevuta da un idolo egizio, preziosa fonte d’ispirazione delle Grandi Donne che assumeranno un ruolo centrale nella produzione matura di Giacometti. Il carattere religioso e magico di tale opera cercherà di trasporlo nelle «sue figure femminili con intensità trascendente». Bisogna però attendere il 1947 per vedere alla luce uno dei primi modelli de l’Uomo che cammina, discendente diretto del capolavoro di Rodin che reca lo stesso titolo. L’Uomo di Giacometti pare appena uscito dalle macerie fumanti della seconda guerra mondiale; come violentemente privato della sua fisicità, il suo corpo fragile si riduce ormai a un sottilissimo filo di materia che ne disegna con un’inquietante essenzialità la tragica condizione. Nella settima sala alle spalle della vigorosa muscolatura di Enea che porta in spalle il corpo vecchio e stanco del padre Anchise, campeggia la caducità esistenziale espressa nella minuscola scultura dell’artista svizzero. Il contrasto è potente e di forte impatto. Entrambe le opere rappresentano le sorti del sopravvissuto; ma se in quella che ritrae l’eroe troiano la solitudine è smorzata dal calore avvolgente di una seconda presenza, in quella di Giacometti è totale. L’Uomo dell’artista svizzero pare gravato da un’enorme responsabilità e il suo completo isolamento gliene fa sentire maggiormente il peso. Sembra avvinto dal timore di non riuscire a contenere i ricordi di ciò che la guerra come uno spietato uragano ha spazzato via; o forse più tremendamente, atterrito dal lento e inesorabile sgretolarsi della sua fragile identità dopo la rapida caduta dei molti riferimenti che ne avevano permesso la costruzione. Il corpo del marciante di Giacometti è come se fosse intrappolato in un presente disintegrato e in quel suo incedere dimesso fosse annidata invisibile soltanto l’illusione di fuggire da ciò che irreparabilmente come marchio a fuoco ha inciso il suo spirito.

Sono dieci le sale che compongono questo incredibile itinerario incastonato come una gemma nella aristocratica villa Pinciana. Tutte diverse ma con l’unica intenzione di raccontare la complessa umanità di Alberto Giacometti attraverso 40 sue opere: bronzi, gessi e disegni. Trovano spazio nella sala degli imperatori (V) circondate dai busti romani le sculture dell’autore come La Mano e La Gamba con le loro «superfici frastagliate» come relitti anatomici di un disastro bellico. Nella Donna Cucchiaio invece esposta nella stanza dell’Ermafrodito (VI) possiamo notare come vanno a fondersi due grandi fonti d’ispirazione della prima fase dell’artista e cioè «il rigore formale del cubismo con la simmetria ieratica e la stilizzazione audace ed espressiva della scultura africana».
La retrospettiva in dialogo dell’autore svizzero oltre a narrarci con maestria il drammatico sdradicamento dell’uomo del ‘900 ci mostra infine, e forse questa è la cosa più stupefacente di tutta l’esposizione, come sia mutato nel corso dei secoli il rapporto tra la materia e lo spazio che la circonda. Nella scultura antica era la statua a creare lo spazio intorno a sè come a testimoniare una sottesa complicità dell’artista con il mondo circostante. In Giacometti è al contrario lo spazio che aggredisce la scultura fino quasi a disssolverla; pare risorgere quest’ultima, con le sue superfici screpolate, costellate da brandelli di materia, dall’incandescenza di un logorante percorso infuocato. Come se l’autore avesse voluto scolpire sui materiali cui lavorava quello che i tormenti della sua esistenza avevano provocato sulla sua anima, tanto da lasciarne immedicabili lacerazioni.

 
 

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Filippo Deodato

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