Antonio e Cleopatra, l’amore digitale all’Eliseo

Sarà infatti la caduta dell’Egitto, ultimo fra i regni ellenistici ancora libero, a decretare il passaggio dalla Repubblica all’impero, affidato d’ora in avanti alla guida di Ottaviano-Augusto, il trionfatore di Azio. Su questo lugubre scenario si stagliano figure di uomini che hanno fatto la storia dell’umanità e la cui fama ha stuzzicato il talento poetico di un altro nome immortale, quello di William Shakespeare. La sua mano si riflette riconoscibile nel meccanismo degli equivoci che portano alla morte di Antonio e poi a quella di Cleopatra, eco della tragedia di altri due amanti ancora più leggendari, Romeo e Giulietta. Al testo di Shakespeare è reso un tributo di fedeltà quasi integrale dalla traduzione di Gianni Garrera, anche se il marchio tradizionalmente elisabettiano non è l’unico a imprimersi sulla messa in scena: l’influenza dell’arte figurativa del periodo classico è un connotato ancora più forte, l’elemento più scenografico e coinvolgente di tutto lo spettacolo. Come statue in un museo, gli attori si aggirano scultorei e sinuosi sul palco, i volti scolpiti nel marmo, illuminati da una luce fredda e bianca, che ne fa risplendere i lineamenti e illumina i corpi artificialmente statuari. Un’astrazione questa, quasi perfetta, congruente con quell’immagine di eternità e bellezza che la società romana desiderava imporre alla storia, una dimensione in cui il brutto non esiste perché non deve.

E infine, l’ultimo e definitivo tocco lo danno i nostri tempi, trasformando una vicenda statica in uno spettacolo, nel senso letterale del termine, dinamico, che dialoga con il cinema, la danza, la musica e, come si è già detto, l’arte. Uno schermo in trasparenza accoglie infatti immagini di corpi, volti e sofferenze: una trovata che supplisce a una mancanza storica del teatro, il vantaggio competitivo del cinema che con la macchina da presa riesce a illuminare i mille risvolti dell’emozione nelle più piccole declinazioni dello sguardo umano. Oltre lo schermo ci sono gli attori in carne e ossa, arrabbiati, innamorati, morenti. L’impatto straniante e respingente della rappresentazione viene ben presto superato e sostituito da un nuovo e diverso coinvolgimento del pubblico, stimolato anche dalle musiche originali di Ran Bagno.

Luca De Fusco, regista dello spettacolo, ha parlato di una “commistione teatro/video che punta a un radicale rifiuto del naturalismo”, un ritorno alla parola nella sua nudità, così come doveva averla intesa lo stesso Shakespeare. Eppure un impianto tanto monumentale sostiene la parola in modo determinante, lasciandola da sola molto di rado. Il ritmo della narrazione sembra risentirne, nel suo procedere in modo discontinuo: a una prima fase molto sostenuta, veloce, eccessivamente algida, fa da contraltare il quinto e ultimo atto, lungo, lento, esagerato. Qui le voci dei protagonisti assumono toni disarmonici, patetici, talvolta rabbiosi, talvolta lamentevoli. Se è vero che la virtù sta nel mezzo, l’Antonio del IV atto, che realizza il tradimento e si dà la morte, interpretato da Luca Lazzareschi, è una tragica meraviglia. E così Cleopatra, la convicente Gaia Aprea, anche quando sfocia negli eccessi interpretativi del finale, è resa perfettamente nella sua esotica sensualità come nel forte temperamento. “Ho voluto intraprendere la sfida di tentare di mettere in scena in questo modo un copione ritenuto ai limiti dell’irrappresentabile”, ha dichiarato il regista. Senza dubbio, una sfida vinta. 

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 (foto di Salvatore Pastore) 

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Lavinia Martini

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