Anita B. una storia di coraggio e di salvezza

Anita (Eline Powell) è appena quindicenne quando riesce a sopravvivere a uno degli orrori più infamanti della nostra storia. Inizia da qui la sua vita, da un paesino della Cecoslovacchia immerso nella neve, dove vive la zia paterna, Monika (Andrea Osvart) con il marito Aron (Antonio Cupo), il figlioletto Roby e l’affascinante fratello Eli (Robert Sheehan). Dopo un iniziale silenzio nel quale la ragazza si rifugia, Anita non nasconde il suo passato, anzi vorrebbe parlarne con tutti. Ed é proprio qui che trova i primi ostacoli: da subito le viene ordinato di tenere Auschwitz fuori dalla loro vita, quasi si dovesse vergognare di essere stata deportata. Anita, che con candore non riesce a comprendere perché i suoi familiari si rifiutino si ricordare, racconterà le sue vicissitudini al piccolo Roby, che non può capire.

Oltre ai familiari, molti personaggi positivi ruotano attorno ad Anita: Sarah (Jane Alexnder), é una donna forte e determinata che aiuterà anita ad inseguire il suo sogno, il vulcanico zio Jacob (Moni Ovadia), e David (Nico Mirallegro), con il quale inizia una toccante amicizia.Ogni personaggio, apparentemente forte e desideroso di riscatto, racchiude al suo interno fragilità e debolezze, luci e ombre dovute a un passato che, nonostante ci si sforzi di dimenticare, torna sempre a galla. 

L’unica realmente combattiva, che non sta in un angolo a compiangersi ma cerca l’amore e la salvezza è Anita. Privata brutalmente del suo ruolo di figlia, con coraggio riuscirà a riappropriarsi della maternità compiendo un vero e proprio viaggio emotivo, con un bagaglio interiore chiamato Auschwitz. Passaggi molto intensi vengono smorzati da una fotografia romantica e dalle musiche attentamente selezionate da Paolo Buonvino. Immagini di montagne dell’Alto Adige e di una Praga restaurata e moderna si intrecciano perfettamente a melodie che svelano la capacità dell’uomo, dopo un qualsiasi dramma, di riscoprire la vita. La musica, che é l’attore invisibile di questo film, infonde ad Anita la capacità di vedere oltre la famiglia, la casa, la sua terra.

Anita B. non é (soltanto) un film sull’olocausto, non è certamente una commedia ma non é neanche un film sull’orrorre, e nemmeno un documentario crudo e drammatico su un periodo tra i più tragici della nostra storia. É un film sul dopo shoa che racconta un vuoto della storia”, sottolinea il regista Faenza alla conferenza stampa di presentazione al Cinema Barberini di Roma. “E -continua- siamo un paese senza memoria, ma il cinema ha questo grande scopo di farci ricordare.”
Senza dubbio la pellicola non ha aspettative facili in un periodo in cui c’è più di tutto bisogno di ridere, ma la sua forza sta nel suo messaggio: la salvezza é possibile nonostante il dolore subito.
Tratto dal libro di Edith Bruck “Quanta stella c’è nel cielo”, certamente innovativo nella misura in cui guarda ai suoi protagonisti con pudore e discrezione, partendo dagli orrori vissu ti per condurli verso la loro rinascita. Faenza ha aggiunto B. al nome di Anita Proprio in onore di Bruck.

A chi vede un sequel di Prendimi l’anima, film che Faenza diresse nel 2004, il regista risponde: “Io vedo in Anita B. la figlia di Prendimi l’anima.” Sabina Spielrein era una ragazza che da sola ha dovuto combattere per affermare la propria identità. Entrambi i film, conclude Faenza: “Affrontano un viaggio verso il passato con un solo bagaglio: il futuro.”

 

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Valentina Peron

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