Al cinema d’agosto: Il fidanzato di mia sorella

L’estate al cinema, si sa, non regala grandi emozioni. Meglio scegliere il fresco di un’arena metropolitana e recuperare i titoli migliori della stagione passata. Scorrendo l’attuale programmazione, vi capiterà di trovare “Il fidanzato di mia sorella”, con un cast ricco di star, tra cui Pierce Brosnan, Jessica Alba e Salma Hayek e la regia di Vincent Vaughan.

La storia si incentra sulla figura di Richard (Pierce Brosnan), professore di letteratura inglese, donnaiolo e un po’ da dandy, che decide di evitare la fine del padre altrettanto donnaiolo e misantropo sposando un’americana molto più giovane di lui, Kate (Jessica Alba) con cui si trasferisce negli Stati Uniti nella casa che accoglierà il loro primogenito. La storia della coppia si intreccia con quella della sorella di lei, Olivia (Salma Hayek), ugualmente sciagurata in amore, ironica e maldestra, a cui Richard riserva da subito attenzioni particolari.

Quando Kate decide di separarsi da Richard, preferendogli un ragazzo più giovane, il legame con Olivia andrà consolidandosi, anche e soprattutto quando Richard dovrà affrontare varie difficoltà, tra cui i problemi con l’avanzamento di carriera, difficoltà con la legge e l’ingiunzione di ritorno in Inghilterra. Di quest’uomo, un po’ stereotipo un po’ no, si evidenza in primis il legame affettivo con il figlio, che va a colmare il grande vuoto d’attenzioni ricevuto dal padre Don Giovanni. Dopo varie peripezie, tra cui l’espatrio e il litigio con l’ex moglie, riusciranno Richard e Olivia a dichiarare i propri reciproci sentimenti e a far accettare il legame anche dalla sorella.

A partire dal titolo originale, “How to make love with an english man”, poco meglio della trasposizione italiana “Il fidanzato di mia sorella”, la commedia è confezionata con la giusta dose di superficialità che ci si attende da un simile lavoro. Sciatto, caotico, a tratti un po’ ridicolo, il film si accosta con umorismo prevedibile a temi fondanti come l’integrazione, l’immigrazione e la presenza di nuove forme e declinazioni famigliari cari alla cultura americana.

Si nota inoltre, a voler essere un po’ accademici anche noi, con quale scarsa considerazione viene distorto il concetto così poetico e fascinoso di “romanticismo” per farne strumentalmente non una fase storica, letteraria e artistica profondamente significativa e filosoficamente connotata, ma solo un veicolo pop e un po’ offensivo di sdolcinatezze e zuccherosità. Il regista del resto, Vincent Vaughan, non è estraneo ai dogmi della commedia all’americana, con cui aveva esordito nel 2008, insieme a Cameron Diaz e Ashton Kutcher, per il film “Notte brava a Las Vegas”.

Con queste premesse, non c’è nulla da stupirsi se il romanticismo diventa romanticheria e il film collassa brutalmente su un finale trascurabile, capitato lì per caso, che ridefinisce i canoni e i limiti del più scarso happy ending.

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Lavinia Martini