Addio Lou, poeta selvaggio del rock

Sembra quasi impossibile immaginare Lou Reed come un comune mortale che possa lasciare questa terra come tutti noi, ma a quanto pare Zio Lou a settantuno anni se n’è andato (per delle complicazioni legate ad un recente trapianto di fegato) come uno qualunque in un giorno qualunque di ottobre.

Ma noi sappiamo che non è così, perché Lou Reed è la storia, il mito intramontabile di un uomo icona che nei suoi cinquant’anni di carriera ha lasciato una traccia indelebile scolpita nei sogni di ognuno di noi, quella di un eterno ragazzino che ha recitato per noi la sua storia, oscura e tormentata che di sicuro non dimenticheremo. Ma chi era Lou Reed? Era semplicemente Lou Reed, ed è impossibile da definire se non accostandolo alla sua musica alla sua voglia di rock and roll che ha rappresentato in tutte le sue accezioni, un vero trasformista avanguardista sui tempi, glam nella sua rapacità mondana e Rockstar in tutto e per tutto in ogni sua manifestazione, pronto a dettare le sue regole senza alcun compromesso e convinto senza peli sulla lingua che il suo successo fosse la naturale conseguenza del suo incredibile talento. Personaggio scomodo, eccessivo per la sua epoca, vita bruciata in fretta tra alcool e la tanto amata eroina, ne paga oggi il prezzo, ma anche nel suo addio esce a testa alta da personaggio vero che ha dovuto fare i conti solo con se stesso. Cosa resta a noi posteri orfani di Lou Reed? Innazitutto ci restano oltre trenta dischi e svariati di bootleg che chissà quanti di noi avranno ascoltato e riascoltato, materiale denso, corposo e imprescindibile quello degli esordi, tra la fine dei sixties e gli inizi ei seventies, con i suoi Velvet Underground di cui ci restano della poesie immortali come Sunday Morning del disco a banana, passando per le Perfect Day e Walk on the Wild Side di Transformers, spostandoci a Berlino dove il nostro ha riscritto le coordinate glam-rock con Caolyne Says: Vere e proprie pietre miliari testamentarie che lo accompagnaneranno nell’ultimo suo viaggio. Viaggio che è di tutti noi, perché noi tutti abbiamo percorso con lui e grazie a lui un pezzo di vita aggrappati alle singole note di ogni sua melodia succhiandone il nettare succoso e saporito, spesso amaro.

 

Tra i mille personaggi che hanno percorso parallelamente il suo destino è proprio il suo sodale ai tempi dei Velvet John Cale, amato e odiato da Lou, insieme al quale sono stati partoriti solo capolavori che piange la perdita “del suo compagno di scuola in cortile” spiazzando i fan ignari delle loro infinite peripezie, ma oltre alle sagome che ne hanno segnato il passo, la più grande perdita la subisce New York, la sua città natale e testimone oculare di ogni sua creazione. Città ferita, città che perde una scia luminosa che spesso ne ha illuminato le tenebre, e che oggi si racchiude intorno al dolore di una immensa comunità. Ce lo immaginiamo lì, in cielo, magari insieme ad Andy Warhol, a compiangere le nostre lacrime mentre si accende l’ennesima sigaretta e ci guarda tra nuvole di fumo, ma pur rischiando di risultare patetici di fronte al suo sguardo accigliato, non possiamo che dirgli addio tutti insieme ricordandolo ognuno come può, ognuno come crede nel bene e nel male. Perché tra le tante cose dette su Lou Reed è innegabile che tutti gli siamo debitori di qualcosa perché in questo mondo di falsi profeti e marchette discografiche lui ci ha messo la faccia, sempre. Ci mancherai Lou, ci mancherà il tuo lato selvaggio, il tuo alito impastato, la tua faccia solcata dal vizio e la tua fottuta voglia di non piegare mai la testa.

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Fabio Bandiera

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