A occhi aperti: quando la storia si è fermata in una foto

Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima; lo spazio in cui traspare la natura intima di un uomo: il confine dove il vissuto personale fatto di dubbi, dolori e gioie si rivela nella sintesi di uno sguardo. Tuttavia se è vero che vediamo ciò che siamo è altrettanto vero che nel vedere è contemplato il rischio di essere ineluttabilmente segnati da ciò che si osserva; in questo incrocio contaminante è richiesta una grande capacità di adattamento raggiungibile solo attraverso una sapiente modulazione di resistenza e assimilazione. Attitudine quest’ultima che ogni grande fotografo possiede e che va affinando nel corso della sua esistenza. Ogni fotografia è una sorta di terra di mezzo, il punto di intersezione di due mondi.
Nel 2013 per l’editore Contrasto Mario Calabresi ha pubblicato un libro dal titolo magniloquente: A occhi aperti. Da questo prezioso volume, contrariamente alla dinamica ordinaria che fa nascere un testo da una mostra, ne è venuta fuori una meravigliosa esposizione andata in scena per la prima volta nelle Sale delle Arti alla Venaria Reale di Torino e adesso, fino al 10 maggio 2015, visitabile presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Nell’introduzione l’autore espone senza oziose lungaggini il soffio che lo ha ispirato; strappare eventi alla dimenticanza è possibile proprio grazie alla fotografia che ce li narra ed è per questo che ha voluto intervistare chi ha saputo fermare la Storia in un’immagine. Dieci fra i più grandi fotografi del mondo (McCurry, Koudelka, McCullin, Erwitt, Fusco, Webb, Basilico, Abbas, Pellegrin, Salgado) che hanno arricchito la nostra conoscenza e «plasmato il nostro immaginario collettivo»: «un viaggio negli avvenimenti che hanno costruito la memoria degli ultimi cinquant’anni».

Sono tre immagini il principio da cui muove questo lungo percorso; il panorama di una Beirut distrutta dopo la guerra civile libanese immortalata da Gabriele Basilico; la disillusione di un uomo arrestato mentre sperava di varcare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti in cerca di una nuova vita catturata da Alex Webb; ed infine la danza spontanea di un gruppo di donne indiane che si stringono in cerchio per fronteggiare i colpi di un’improvvisa tempesta di sabbia fissata per sempre dall’obbiettivo di Steve McCurry. Folgorato da questi tre istanti Calabresi asseconda il suo desiderio di scoprire cosa albergava nella mente e nel cuore di chi li aveva afferrati eternandoli nel grande album dell’umanità. A questi tre grandi autori se ne aggiungeranno altri sette.

Risalire alla fonte per conoscerla da vicino; perché «questo – come si legge ancora nella pagine introduttive – non è un libro sulla fotografia ma sull’essenza del giornalismo: andare a vedere, capire e testimoniare». Dialogare con gli autori di queste foto ha significato compiere un cammino a ritroso per svelare quanto si nascondeva dietro di esse; un lavoro di scavo nel retroterra culturale che ha forgiato le identità di questi audaci testimoni. Ha significato per Mario Calabresi diventare a sua volta un testimone.

Se nel libro il testo e le immagini si integrano seguendo una dinamica armonia, in mostra le foto si fanno più grandi dominando la scena accompagnate da essenziali didascalie estrapolate dal volume; sopra di ognuna campeggia un titolo volto a connotare il carattere e l’opera di ciascun autore.
È affascinante immaginare Steve McCurry immerso Nell’acqua sporca carica di carogne e di sanguisughe che ricoprono il suo corpo; fondamentale per comprendere che solo questa estrema disponibilità gli ha permesso di ottenere foto meravigliose che da altre angolazioni non era riuscito a realizzare. McCurry si accorge che non può concedersi il lusso di rimanere «sulla sponda a guardare» ma deve «diventare parte della storia» e «abbracciarla fino in fondo». Il sarto che sorride con l’acqua fino al collo mentre porta in spalle la sua macchina da cucire ormai distrutta è uno dei frutti del suo paziente lavoro.

Poco sapremmo della repressione della Primavera di Praga per mano dei sovietici se quell’Anonimo Praghese armato di coraggio non si fosse arrampicato su uno dei blindati per documentare le reazioni della popolazione ceca firmando uno dei più grandi reportage della storia della fotografia. Il prezzo da pagare sarà altissimo: vent’anni in esilio con una identità da ricostruire. Stessa sorte toccherà ad Abbas, chiamato come Koudelka, a raccontare l’ondata rivoluzionaria che sta per investire il suo paese. Nel 1977 le sue foto descrivono un Iran diviso tra arretratezza e modernizzazione; nelle pieghe di queste evidenti contraddizioni il fotografo iraniano vi legge i prodromi di un inevitabile e radicale cambiamento. Così come accade ai sapienti nei versi di Kavafis il suo udito «ecco si turba» e ad esso «giungono le oscure voci dei fatti che il domani adduce». In quel suo grande diario figurativo Abbas intuisce l’avvenire. Un’immagine in particolare sembra riflettere l’anima di una nazione spaccata; in un salone di bellezza lo sguardo severo di un addetto alle pulizie stigmatizza la complicità di alcune ricche signore: preannuncia quel fanatismo che avrebbe caratterizzato il regime degli ayatollah guidati da Khomeini. Così come un’altra foto emblematica scattata durante una manifestazione contro lo scià che ritrae un corpo completamente velato alle spalle di una lunga fila di uomini su un muro, prefigura quello che sarebbe stato il ruolo della donna nella futura teocrazia islamica.

Nell’unico salone oblungo che ospita le dieci sezioni si incontra poi la sensibilità architettonica di Basilico, Un bambino che si stupisce che non esita a definirsi un misuratore di spazi e il dolore universale raccolto da McCullin che «più di ogni altro ha mescolato drammaticamente il suo lavoro e la sua storia personale» restituendoci con i suoi scatti i racconti «delle tragedie del mondo e dei fantasmi della sua infanzia di miseria e violenza». C’è il razzismo americano inchiodato dalla poetica di Erwitt e il Funeral Train di Bob Kennedy salutato da migliaia di persone sorprese dal finestrino del suo vagone da Paul Fusco. E certo non poteva mancare l’inconfondibile luce di Salgado che riflette quella magica e antica della sua terra, il Brasile che porta nella sua anima dal giorno della sua nascita. Il suo sguardo che Calabresi definisce non occidentale, mosso non «dalla necessità intellettuale di capire e nemmeno da un post-coloniale senso di colpa» attraversa le terre desolate e sofferenti dell’Africa in cui la dignità delle persone sopravvive agli spietati colpi del destino. La morte, la natura e il lavoro dell’uomo raggiungono in Salgado la massima espressione.

A occhi aperti, è un romanzo per immagini dove i capitoli della grande Storia si intrecciano alle vicende personali di ogni autore; un enorme racconto scritto con la luce perché come ricorda Abbas questo è in fondo il significato della parola foto-grafia.

Vuoi commentare l'articolo?

Filippo Deodato