Mangiare non è mai stato così fashion

Il “costume dell’orrore” che copre solo un gluteo degli uomini e il magnum griffato limited edition, con il quale l’Algida ha deciso di festeggiare i suoi 25 anni, sono l’emblema  dell’eccesso e del superfluo che spesso si abbattono su un panorama affascinante come quello della moda. Se fino all’estate scorsa qualcuno non usciva di casa se l’elastico delle proprie mutande non urlava il nome di qualche stilista, quest’anno sulle spiagge bisognerà scegliere bene che gelato mangiare. Non pensate di cavarvela con qualche ghiaccioletto da modella anoressica: raggiungete il bar, pagate con una bella banconota, perché due spicci non basteranno più, dite addio alla dieta e compretevi il vostro magnum edizione limitata, tanto poi starete a posto fino al weekend successivo. Gli stilisti sono intervenuti soprattutto sul packaging che si presenta come uno scrigno candido promettente di racchiudere chi sa quale segreto che in realtà si rivela una noiosa variante del magnum bianco con l’aggiunta di pistacchi e fondente.{ads1} Forse ci si aspettava una ricetta più originale per un compleanno così importante, ma la delusione era prevedibile se si considerano le ultime scelta della nota azienda. Strategie di marketing ispirate molto più al glamour che alla qualità, come conferma l’apertura del Pleasure store a Milano, capitale italiana del fashion, che presto verrà ripetuto a Roma. Dispendi superflui imbarazzanti di una società in momenti come questi. La fantasia della confezione dell’inedito gelato, disegnata da D & G,  è solennemente ispirata alla natìa Sicilia come le loro ultime collezioni: carretti, limoni e fichi d’india. Un bucolico ritorno alla terra d’ origine insomma, che cozza con la mostruosa arroganza di dissacrare la genuinità di uno dei gesti più sacri e antichi dell’uomo. Mangiare non è mai stato così fashion.

Di tutte le trovate del marketing quella di marchiare gli alimenti con le sigle delle griffe da passerella potrebbe davvero rivelarsi la più diabolica. Cosa succederà adesso? Avremo spaghetti targati Maserati, bistecche marchiate Armani e arance griffate Prada? Forse si. Ma la logica è molto più semplice di quello che sembra. Se ci si permette il “lusso” di  vestire un gelato con un abito firmato come fosse un manichino in una vetrina, dando uno schiaffo a tutte le ultime evoluzioni positive nell’ambito dello slow e del genuino, un motivo c’è. Sarà venduto. La massa lo consumerà. Noi siamo quello che mangiamo. Da anni con la tendenza ad essere griffati dall’alluce fino alla punta dei capelli noi stessi non siamo altro che manichini pubblicitari in carne e ossa. Siamo fantocci inconsapevoli e spersonalizzati che portano in giro brand esattamente come fa il “nuovo” goffo magnum. Allora la verità è che, se con la nostra mania di griffarci, siamo arrivati  alla spasmodica ossessione di inglobare marche fino ad essere disposti ad ingoiarle, meritiamo di mangiare un magnum D & G. Meritiamo di  mangiare noi stessi. E domani a colazione biscottini all’essenza di Chanel per tutti. Numero 5. Neanche a dirlo. Qualcuno è disposto anche all’avvelenamento pur di essere glamour.

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Benedetta Izzo

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