Fra i Monti: il vino biologico con l’anima biodinamica.

Fra I Monti è una giovane azienda guidata da Rocco Toti e dai suoi soci Francesco e Benedetto Leone. La cantina, che si trova a Terelle, nasce nel 2018 con l’obiettivo di riscoprire un territorio. Tutte le vigne di Fra i Monti sono allevate in modo biologico senza l’ausilio di sostanze chimiche e in cantina si ha un approccio biodinamico. Cura e attenzione per il vino, ma sopratutto rispetto per la terra e le materie prime. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Rocco, che ci ha raccontato la realtà sostenibile di Fra i Monti.

PHOTO-2021-03-30-22-50-37Avete fondato la vostra azienda agricola Fra I Monti recuperando e riqualificando vecchi vigneti abbandonati che tra l’altro racchiudono anche una storia, infatti nei vigneti si trovano uve autoctone come il Maturano, uva bianca quasi completamente estinta, e il Semillon, portato da queste parti dai soldati napoleonici.
La scelta di riqualificare un terreno in disuso è stata voluta e determinante per creare la vostra azienda ed il vostro concetto di vino?

“Abbiamo cercato di far diventare una zona poco dedita alle attività agrarie e contadine, una zona dove si può avere uno sviluppo agricolo. Noi abbiamo la cantina in un pese a circa 1000 metri sul livello del mare, tecnicamente un posto dove non ci sono grosse culture. Piantare una vigna ad una quota così alta poteva essere una scommessa. Per quanto riguarda i vigneti molti produttori li hanno lasciati perché non avevano avuto un adeguato sviluppo economico; abbandonando, quindi, anche un materiale di piante importante. Da qui l’idea di fare un’attività che io chiamo sociale: creare valore e non solo profitto.

PHOTO-2021-03-30-22-50-35La scelta di riqualificare questo terreno è stato voluta e determinante per creare la vostra azienda ed il vostro concetto di vino?

“Bhè, innanzitutto è un peccato disperdere del materiale ancora valido, non è giusto abbandonare un campo vitato per crearne un’altro, non ha senso. Prima di piantare altre cose va riqualificato il vecchio.”

Perché non è sempre la prima scelta sempre?

“Va considerato che ci sono zone e zone, se tu vai in Borgogna o nelle Langhe non troverai mai un vigneto abbandonato perché la rendita agraria è elevata. In Italia non è così, non per colpa della terra, ma perché non ci sono le persone che riescono a far andare avanti bene le aziende. Citando Henri Desgrange “la gara  non la fanno i percorsi ma i ciclisti”. In un sistema economico aperto, come quello del mondo del vino, è paradossale che uno dei prodotti più cool ed interessanti nel momento storico attuale, nella nostra zona geografica, abbia poco valore e poco riscontro sui mercati nazionali e ancora di più internazionali. Questa è anche un pò una nostra sfida: cercare di valorizzare oltre al vino i nostri territori.

Tornare al concetto che il vino che si fà in vigna e non in cantina” cosa intendete?

Questo slideshow richiede JavaScript.

“Noi dobbiamo rivedere alcuni paradigmi della didattica della giurisprudenza vinicola. Si parla sempre di terroir come se un vino fosse solo terra, acqua, sole, vento, uva. Purtroppo non è così, oltre a questo c’è la mano dell’uomo. Se tu vuoi fare un grande vino devi avere una grande uva. Se vuoi fare un vino che sia espressione di un territorio, devi fare un vino che non abbia distorsioni esterne -filtrazioni, solforose aggiunte, chiarifiche-. Non è possibile che un produttore faccia lo stesso vino tutti gli anni con lo stesso sapore e la stessa fragranza se la produzione del vino, del prodotto agricolo, subisce l’influenza delle stagioni.  Non può essere la stessa uva. Su questi aspetti il mondo del vino naturale sta cercando di creare una coscienza.”

Realizzare vino con un approccio biologico va ad inficiare sulla produzione massima di bottiglie?

“È chiaro che se fai una coltivazione intensiva produci più uva, quindi più vino e puoi abbassare i costi. I nostri vigneti non fanno più di 40-PHOTO-2021-03-30-22-50-34 245 quintali per ettaro di uva; se tu vai dove coltivano la vigna a tendone si può arrivare a 300 quintali per ettaro. È chiaro che non può avere la stessa qualità ogni uva. Noi non usiamo diserbante per esempio, ma il sovescio: ogni anno piantiamo a filari alterni dei semi e li interriamo, girando la terra, facendola respirare. Verso febbraio, marzo da quei semi cresce dell’erba. Verso maggio, quando l’erba è cresciuta, si falcia, la si lascia a terra e fa da humus, un fertilizzante naturale. Inoltre il terreno viene tenuto evitando anche l’erosione. Coltivare la vigna e fare un bel lavoro vuol dire mantenere la salubrità della terra e del vigneto. “

E in cantina?

“Raccogliamo l’uva e la portiamo in cantina il più velocemente possibile. Tre, quattro giorni prima di cogliere l’uva ne raccogliamo il 2 o 3%, la pigiamo e la lasciamo fermentare. Quella fermentazione naturale è il nostro starter. Con questo piede di fermentazione eviti di mettere una busta di lievito. Questa è la nascita della stagione vinicola e dei pensieri: inizi a stare vicino al vino in maniera empatica, controlli. E questo è un passaggio che ci tengo a dire: perché se tu non hai cuore, e una volta pigiato lasci il vino abbandonato a se stesso, fa i un grande errore. Un vino naturale ha bisogno di molte più attenzioni rispetto ad un vino convenzionale.

E’ meno facile, come tutte le cose naturali che non utilizzano l’ausilio di prodotti chimici, e più costoso realizzare un vino biolgoico?

PHOTO-2021-03-30-22-55-05 2Non è una questione economica, è una questione di idee. Quello del vino naturale è un movimento che chiede spazio perché viene dal basso e sono le persone a chiedere spazio. È un movimento che dal basso ha detto “perché il mondo del vino deve appartenere solo ai marchesi che si sposavano tra cugini per raddoppiare le proprietà terriere?”. Può appartenere anche alla passione e alle idee.”
Il ritorno economico è il comune denominatore di tutte le realtà non sostenibili che stanno distruggendo il nostro pianeta.

“La grande distribuzione per forza di cose crea dei problemi; è pur vero che oggi, senza, sarebbe difficile sostenere 8 miliardi di persone nel mondo. Sono il primo che afferma che piccolo è bello, ma non è facile.”

Siamo tanti, ma è la domanda che determina la produzione. Se la domanda fosse minore diminuirebbe anche PHOTO-2021-03-30-22-55-05l’offerta.

“Bisogna porre l’attenzione sulle materie prima di valore. Bisogna insegnare alla gente a mangiare. Le politiche governative di uno stato sono fatte dagli uomini, ma non tutti gli uomini hanno la stessa sensibilità. Ci vorrebbe una filiera più sana. Sensibilizzare ai tempi e al rispetto della terra. Io, prima dei miei vini, cerco di portare in giro le mie idee. Mi sembra un buon vivere.”

 

Vai alla homepage di LineaDiretta24

Leggi altri articoli dello stesso autore

Twitter: @amiraabdel13

 

Vuoi commentare l'articolo?

Amira Abdel Shahid Ahmed Ibrahim

Amira Abd El Shahid Ahmed Ibrahim è nata a Roma, nonostante il nome che sembra uscito da un documentario di Super Quark e il cognome così lungo da convincere il funzionario dell’anagrafe a cambiare mestiere il giorno in cui è venuta alla luce possano depistare circa il suo luogo di nascita. Nata sotto il segno dei pesci è una meticcia: metà del sangue che le scorre nelle vene è arabo. Condivide la sua dimora con due gatti grassi, predilige alla maggior parte delle persone i quadrupedi che non hanno il dono della parola, ma all’occorrenza si adatta a interagire con il genere umano. Dopo la cucina, arte nella quale si diletta spesso per rendere chi la circonda una persona più felice e l’arricciarsi i capelli, Amira ha anche degli hobbies che implicano l’uso del suo quoziente intellettivo come: leggere e scrivere. Due funzioni di elementare apprendimento che lei svolge con grande passione. Collabora con il quotidiano on-line Lineadiretta24 dal novembre 2013. Caporedattrice della rubrica di viaggi dal 2016. Leggermente sindacalista dentro odia le ingiustizie che “affollano” il pianeta. Conta di cambiare il mondo un giorno, o di conquistarlo.