“La signora del quinto piano” e la violenza sulle donne

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Un testo scritto ad hoc, quello di Carmen, per raccontare ciò che giornalmente accade tra le mura domestiche.

La signora del quinto piano”, singolo a sostegno del telefono rosa, è non a caso uscito il 28 maggio scorso in occasione dell’ anniversario della Convenzione di Istanbul. Il trattato, firmato già da 32 paesi in Europa, è il primo strumento giuridico internazionale che permette di prevenire e perseguire la piaga del femminicidio.

Lotta che la cantautrice siciliana, ambasciatrice del telefono rosa dal 2010, alimenta con costanza e dedizione, ampliando per la ricorrenza 2015 la propria partecipazione attraverso un arrangiamento ex novo del proprio singolo con Gianna Nannini, Elisa, Irene Grandi, Emma e Nada (La signora del quinto piano # 1522)

L’intero ricavato, dichiara più volte la Consoli, andrà a sostegno del telefono rosa che quotidianamente aiuta anziani, donne ed adolescenti che abbiano subito violenza fisica, economica, psicologica, sessuale, mobbing e stalking. Ed a raccontarci meglio il centro di ordinamento per i diritti della Donna è direttamente la presidentessa Maria Gabriella Carnieri Moscatelli.

Se dovesse descrivere i risultati ottenuti con una sola parola?

Disperati. Sono una delle socie fondatrici e posso raccontarvi la storia di questa associazione. Nata da tre donne in un piccola stanza. Eravamo quasi prese in giro, chi ci credeva 28 anni fa alle violenze all’interno delle mura domestiche?! Nessuno.
Abbiamo fatto esplodere questo problema e ci siamo battute per leggi più eque ed oggi ci troviamo a collaborare con persone che ci possono aiutare a far si che le donne abbiano un sostegno nel loro percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Com’è nata l’idea del telefono rosa?

All’epoca lavoravo in banca e mi accorsi che spesso le donne, turlupinate dai loro compagni, erano costrette a firmare impegni di carattere economico, trovandosì così a dover rispondere al debito che avevano sottoscritto.

Accorgendomi del problema ho contattato Anna Maria Seganti, avvocatessa sensibile che già aveva iniziato questo percorso ascoltando donne che le raccontavano storie private. Così insieme è nata l’idea di mettere in piedi un telefono al quale le donne possono chiamare.

 

La soddisfazione più grande?

Aver tirato su una generazione preparata e sensibile a questo problema
Vedere 25 ragazze che dal volontariato si trovano a lavorare in questa piccola impresa è stata la più grande soddisfazione della mia vita.

 

C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?

Si! Viviamo un momento particolare della nostra società.
Siamo tutti più poveri ed è inutile che ce lo neghiamo, ma il nostro governo non si deve dimenticare che questa è una piaga tremenda della nostra società.

 

Giustificare la violenza sulle donne vuol dire riconoscerla come moralmente “perdonabile”, e ciò è socialmente inaccettabile. In essa non si manifesta altro che debolezza, ma nel discolparla si finisce per avere sempre due vittime: l’aggredita e l’aggressore.
Il telefono rosa dal 1988 assiste la parte lesa d’ abusi domestici, non limitandosi a consulenze legali e psicologiche, ma condividendone la sofferenza attraverso l’ascolto e l’accoglienza. Già in tempi non sospetti il 15 22 è stato in grado di rispondere con compassione a chiunque attraversi un momento di difficoltà, e forse ora i tempi sono maturi affinchè, per prevenire i femminicidi, si risponda anche agli aggressori, spesso vittime di loro stessi, con medesimo tono.

 

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Davide Marfisi