Progetto Codice Rosa: il coraggio delle idee

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Una donna dagli occhi gonfi entra nel pronto soccorso e si siede ad aspettare sulle poltrone verdi. Il volto tumefatto, il cuore pieno di lividi mentre una barella corre lungo il corridoio: codice rosso, gridano i medici intorno. Un’infermiera passa davanti la donna e con la coda dell’occhio incrocia il suo sguardo perso nel vuoto, “chissà che le è capitato ” pensa l’infermiera. La donna armeggia con la cerniera della sua borsa per estrarne un pacchetto di fazzoletti mentre,mentre sconfitta pensa: “perchè nessuno mi chiede niente?”

Scene come questa, Vittoria Doretti, le ha viste centinaia di volte, nel pronto soccorso di Grosseto. Dottoressa specializzata in anestesia e rianimazione, Vittoria Doretti è la “mamma” di codice rosa, progetto ideato nel 2008 con l’aiuto della Procura e grazie alla tenacia del suo team, che fino alla fine ha creduto in questa idea straordinaria. ” Nel 2008 non c’erano dati, non c’era dialogo istituzionale, la risposta più comune era non è di mia competenza, una frase orribile, disgustosa da ascoltare con le orecchie della sofferenza”. Così Vittoria si è rimboccata le maniche, col camice ancora addosso si è recata dal Procuratore, con il quale ha cominciato un dialogo bellissimo. “Siamo partiti dal Pronto Soccorso, che ha un setting inadeguato per la violenza di genere, abbiamo spulciato tutti i regolamenti ed abbiamo pensato di istituire un flusso di formazione e informazione da far acquisire agli uomini delle volanti o del Pronto Soccorso. La solitudine fa più male della violenza, attraverso questa formazione avremmo innanzitutto impedito che le donne ascoltassero quella frase orribile, tutti adesso dovevano essere competenti”. Così contro tutto e tutti, è nata una squadra meravigliosa, il primo caso nella notte di capodanno a cavallo tra il 2009 e il 2010, una donna in gravidanza si presenta al Pronto Soccorso e comincia il primo di una lunga e sanguinosa scia di altri episodi. Hanno assicurato alla giustizia l’autore della violenza già il 4 gennaio ed a luglio è cominciato il processo. Da lì, un risultato sconvolgente, i casi ammontavano circa ad uno al giorno solo nel primo anno, mentre nel 2011 vi è stato un incremento del 63% portando in evidenza come i casi di violenza siano numerosissimi e mai certificati. L’assessore alla regione Toscana è rimasto colpito da questo numero impressionante ed ha fortemente voluto il codice rosa in tutti i Pronto Soccorso della regione, mentre Vittoria ed il suo team hanno cominciato a fare formazione in tutta Italia, attraverso conferenze ed incontri, le loro idee arrivano ad Haiti, Afganistan, Albania, Repubblica Dominicana, il progetto sta arrivando ovunque e può arrivare dovunque.

La Dott.ssa Vittoria Doretti mentre illustra in conferenza il progetto Codice Rosa

La Dott.ssa Vittoria Doretti mentre illustra in conferenza il progetto Codice Rosa

 

Ma nel concreto Dottoressa, cos’è codice rosa?

Faremmo prima a dire cosa non è codice rosa! Innanzitutto non siamo un’associazione, siamo medici e facciamo il nostro dovere. E’ triste speculare su queste vicende così dolorose, noi sentiamo il codice rosa come una missione, la nostra divisa è cucita a pelle mentre cerchiamo di fare del nostro meglio per aiutare. Un mio professore all’Università mi diceva sempre : “Se ad una cosa non ci pensi come fai? Se non la studi, se non la segui come fai ad affrontarla? Ci devi pensare sempre”, ho fatto di questa riflessione la mia filosofia, il nostro progetto è un continuo divenire, un work in progress, perché ogni caso è diverso dall’altro, abbiamo il dovere di migliorarci e di provare a cambiare le cose. Noi non siamo gli eroi che cancellano la violenza di genere, noi siamo medici e cerchiamo di affrontare le cose andandogli incontro, non ci facciamo cogliere impreparati.

Cosa trova una vittima di violenza in codice rosa?

Trova lo Stato Italiano. Può sembrar difficile ma è esattamente quello che siamo. Nei nostri Pronto Soccorso c’è una stanza che chiamiamo stanza rosa, in realtà di rosa non vi è niente, le pareti sono quelle di una comune stanza di un Pronto Soccorso italiano. Non c’è uno psicologo nella stanza rosa, ma ci sono persone che ascoltano e che non giudicano. Ci sono i nostri uomini che hanno fatto formazione e che sanno come affrontare il problema. Quando indossiamo il nostro camice è come se lo Stato Italiano entrasse in noi, creiamo una sinergia tra Stato, medico e paziente che permette alle vittime di non sentirsi mai abbandonati. Noi non giudichiamo, non spetta a noi stabilire se il fatto sia vero o meno, quello che mi sento di dire è che la solitudine fa più male della violenza, perchè i lividi guariscono ma quando ti senti lacerato dentro non c’è medicina che possa aiutarti.

Fin dove si spinge il vostro impegno per questo progetto?

Codice Rosa può arrivare ovunque, siamo attivi in tantissimi Pronto Soccorso d’Italia. Io credo che se una vittima arriva a comprendere di aver bisogno di aiuto, ha già fatto venti passi in avanti. Dobbiamo dare la possibilità a tutte le vittime che chiedono aiuto, di avere una struttura ed un personale che riesca concretamente a dargli quello che le vittime chiedono. Bisogna andare oltre i costi difficili, perchè le ore di lavoro esercitate per il codice rosa sono ore di lavoro come tutte le altre e molte volte è difficile gestire i turni, soprattutto quando si ha una famiglia. Abbiamo sacrificato tanto per questo progetto, il nostro tempo e le nostre energie e siamo sempre più soddisfatti.

Proprio parlando di soddisfazioni, il ministro Boschi si è definita “emozionata da questo progetto” e successivamente tante altre cariche dello Stato vi hanno fatto i complimenti…

Sono più emozionata io forse, molti grandi personaggi della politica e della Magistratura hanno voluto saperne di più. Dalla Lorenzin alla Boschi, la senatrice Vicari, ognuno di loro ha espresso parole di ammirazione per quello che facciamo e questo non fa altro che riempire i nostri cuori di gioia. Quello che noi cerchiamo davvero di fare è istituire un dialogo tra vittime e Stato e questi riconoscimenti ci fanno ben sperare di essere sulla strada giusta. Poi è arrivata la lettera di Papa Francesco indirizzata al Sindaco di Grosseto, che gli aveva brevemente descritto cosa faceva il progetto Codice Rosa. Il Pontefice ha voluto esprimere la sua gratitudine per il lavoro svolto dal nostro servizio e nei centri anti-violenza, è stata un’emozione grandissima che ci ha reso orgogliosissimi.

Dopo i personaggi politici, i ringraziamenti di Papa Francesco, ci sono momenti che porterà sempre con sé dopo questa esperienza?

Certo, mi viene in mente l’abbraccio con Giovanna Ferrari, la mamma di Giulia, una ragazza uccisa dalla violenza del marito. Giulia non c’è più ma l’incontro con sua madre, insieme a tutte le altre lettere dei genitori di vittime di violenza mi hanno dato tanta forza. In secondo luogo, ma non meno importante, è stato l’incontro con i giudici del Tribunale di Palermo, altra grandissima emozione per noi che abbiamo fatto della frase del giudice Falcone uno dei nostri motti. “Gli uomini passano, ma le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini” siamo convinti che la violenza di genere uccida più della mafia e per creare una squadra unita e compatta non potevamo non prendere spunto, da un grande personaggio come lui.

Cosa si sente di dire a chi specula sulla violenza?

Nel 2013 quando la Lorenzin disse di volere codice rosa in tutti i Pronto Soccorso d’Italia, ognuno si inventò il nostro progetto a modo loro. Sono disgustata da chi specula su questo, il nostro progetto è un’idea a cui volutamente non ho messo il copyright e se mi dovesse chiedere il perché risponderei sinceramente che non si può mettere il copyright allo Stato. Dico sempre che lo Stato entra in noi attraverso il nostro camice, come potrei rendere privato tutto questo?

Dottoressa, ma lei ha un sogno? 

Come tutti, certo che ho un sogno: riuscire a fare sempre meglio. Mi piacerebbe che lo Stato attraverso il nostro progetto riesca a dare una risposta forte in un momento di grande vulnerabilità. Amo il mio Paese, lo osservo e lo studio e quello che vedo è molto scuro. Vorrei che tutto si facesse più chiaro attraverso il nostro progetto. Siamo tanti occhi che diventano un solo sguardo verso un unico orizzonte, la violenza di genere si può e si deve combattere.

 

La Dott.ssa Vittoria Doretti ci ha gentilmente concesso un ritaglio del suo tempo, quel tempo che insieme alla sua squadra dedica costantemente a Codice Rosa e che presto sarà attivo anche a Roma. La sua testimonianza, che racconta in giro per l’Italia, è stata fonte di ispirazione per tutti coloro i quali ogni giorno dedicano le proprie energie alla lotta contro la violenza, la testimonianza di un medico che contro tutto e tutti, con l’aiuto di della Procura, ha sfondato le porte del silenzio ed ha permesso a tante vittime di entrare in un posto sicuro. Il loro colore è rosa, come è rosa il volto di tutte le donne, non viola tumefatto. Codice Rosa è tutto quello che non c’era e che adesso c’è, è luce in zone d’ombra, è presenza dove c’è solitudine, è certezza per chi purtroppo, crede di non avere più speranza.

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Fabiola Florio

20 anni, studentessa ed esperta in comunicazione politica e spin doctoring. Originaria della Puglia, si trasferisce da San Severo ( la città con la festa patronale più pazza del mondo) a Roma dove studia Giornalismo presso la LUMSA e collabora con varie testate giornalistiche. Amante delle buone chiacchiere davanti ad uno spritz, ama circondarsi di amici anche se chi si fa davvero in quattro per lei resta la pizza. Nonostante le ipocondrie varie e la passione per il gioco, ci ha raccontato che il suo sogno "non è diventare una donna di successo ma una giornalista di valore". Ci abbiamo creduto, voi però potete fare finta.